ADA NEGRI
(6 Novembre 2016)

Ada Negri nasce a Lodi il 3 febbraio 1870 da un’umile famiglia.

Il padre fa il vetturino, la madre lavora all’opificio, la nonna, che ha fatto da governante ad una cantante lirica, dopo la scomparsa dell’artista, viene impiegata come portinaia dal conte Barni, rimasto vedovo.

A pochi mesi dalla nascita di Ada, il padre alcolizzato muore: per la madre è un sollievo. Anche se con una bambina a carico, decide di far fronte alla situazione, facendosi assumere in fabbrica.

Queste vicende, a volte rielaborate, saranno narrate dalla scrittrice in diversi suoi racconti, come in questo passo tratto dal libro di novelle “Le solitarie” apparso nel 1917.

In esso, come indica la prefazione, l’autrice vuole, «in quattordici novelle imperniate perlopiù sul tema della condizione femminile tra fine Ottocento e inizio Novecento, fornirci la documentazione della condizione della donna agli inizi della rivoluzione industriale italiana.

La fatica, l’opprimente morale, la brevità e la durezza dell’esistenza, la delusione che alcune delle eroine ritratte nell’opera provano nel loro rapporto con gli uomini, connotano gran parte del lavoro.

Non mancano belle figure di donne che vivono storie d’amore, anche coniugali, felici, ma la sventura è sempre in agguato.
***
LETTURA N. 1: da le solitarie (1917).

Feliciana non provò grande sorpresa, nè grande commozione, quando, un giovedì, nell’ora delle visite agli infermi, alla sua solita domanda l’impiegato di turno all’ospedale rispose a muso duro, senza preamboli, scartabellando un registro:
– Il numero cinquantanove?… della corsia San Giuseppe?… è morto stanotte.
Quel burocratico della beneficenza, grazioso come un porcospino, aveva fatto benissimo a risparmiarle le condoglianze.
Già da qualche mese, in un angolo della sua camera in via Vetere, ella accendeva quotidianamente un lumicino dinanzi all’immagine della Madonna di Caravaggio; e lei sola ne sapeva il perché, lei sola custodiva il voto. Ed ecco, la Madonna aveva compiuto il miracolo necessario: aveva tolto alla vita e all’osteria Gigi Fracchia detto Rossini, popolare nelle taverne di porta Ticinese per la sua splendida voce tenorile e per la burlesca e parolaia prodigalità, colla quale gettava nel fondo paonazzo dei bicchieri i suoi guadagni di vetturino pubblico e quelli di sua moglie, cucitrice in bianco.
La filosofia di Feliciana era dritta e logica: chi è inutile è dannoso, chi è dannoso deve morire. Suo marito era morto in tempo. Per due bimbi piccoli, è ben più provvida una madre vedova, ma attiva e sana, che non lo siano cento padri beoni. E basta, di uomini, nella sua vita. Quell’uno, in sette anni di malinconica esperienza coniugale, gliene aveva lasciata la nausea. Avrebbe tirato il carro da sola, fino a quando le fossero bastate le forze; e allora i ragazzi, cresciuti ed a posto, avrebbero pensato a lei.
Tuttavia, convinta a ragione che i guadagni d’una povera cucitrice di bianco son troppo incerti e saltuari perché tre bocche possan fondare su di essi la certezza di vivere, Feliciana andò senza esitanze a raccomandarsi al cavaliere Agliardi, al quale da anni ed anni portava camicie e colletti per conto di un elegante magazzino, e che era proprietario d’una fabbrica di lanerie.
Il cavaliere Agliardi cadde dalle nuvole.
– Come, come, come?… (balbettava un poco, era il suo difetto e il suo incubo). Come, come, come?… Feliciana!… In una fabbrica, tu?… Ma non vedi quanto sei delicata?… Credi tu di resistere, in un inferno simile?…
La donnina che gli stava davanti aveva, infatti, l’aspetto minuscolo. Ma lo fissava con due larghi occhi lucenti di fosforo e d’energia: gli parlava con una larga bocca tagliata dritta sopra un mento sporgente. Faccia di resistenza: piccolo organismo d’acciaio, nel quale ogni molla era al proprio posto, ogni rotella funzionava a tempo, come nelle macchine di fattura perfetta.
Più che dalla compassione, il buon cavaliere fu vinto da un senso inconscio di rispetto per quella forza femminile foggiata, piegata a strumento di lavoro. E Feliciana poté entrare nell’officina; e qualche mese dopo diveniva assistente d’una squadra di tessitrici – per due lire al giorno.
Già. Due lire al giorno, e niente più. Poiché il cavaliere Agliardi era buono; ma, allora, verso il milleottocentosettanta, le paghe femminili non salivano più in là. Se ne accontentava, la coraggiosa, pur d’essere sicura del pane. In quei tempi non si parlava ancóra di cooperative operaie, di sindacati e di scioperi. Ed ella riusciva, in letizia, a bastar con quel denaro a se stessa ed ai figli, che, dopo la scuola, le venivan sorvegliati da una vicina. A se stessa?… Oh!… Una ciotola di pane e latte a mezzogiorno, una minestra o una fetta di polenta alla sera…. Soleva dire ridendo: “Chi predica che questo non è sufficiente per vivere, mente per la gola: il resto è buono per l’asma e per la gotta”.
***
Questo brano è, come abbiamo detto, una delle tante rielaborazioni della storia della famiglia di Ada: il padre spendaccione e beone, la madre operosa che per mantenere i figli va a lavorare in fabbrica per due lire al giorno.

Qui è ancora evidente l’ispirazione socialista che caratterizza la scrittrice per tutta la prima parte della sua attività letteraria.

Ada trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel palazzo Barni, condividendo i suoi giochi con le figlie del conte, fantasticando tra le aiuole del giardino padronale, ma anche provando un forte senso di umiliazione e di vergogna perché ha il compito di aprire il cancello alle carrozze dei conti e dei loro ospiti.

Comincia a frequentare la scuola normale femminile di Lodi, dimostrando grandi capacità di apprendimento e una forte fantasia, sollecitata dalle letture a voce alta di romanzi d’appendice fatte dalla madre alla nonna, cui ha assistito fin da piccolissima.

L’insegnante d’italiano, Paolo Tedeschi, si accorge del precoce talento dell’allieva e la incoraggia a continuare gli studi.

Diplomatasi nel 1887, ottiene un posto di maestra elementare a Motta Visconti (Pavia) dove si trasferisce.
Insegna nella prima classe dei maschi composta da più di 80 scolari che, come scriverà lei, vanno a scuola sporchi, «puzzolenti di concio e di stalla» pieni di pidocchi, e che tuttavia le piacciono, perché tra quei «diavoli scatenati» si sente a suo agio.

Accanto all’insegnamento, un’altra attività la occupa completamente: una vocazione poetica travolgente che la spinge nel pieno della notte a scrivere, come sotto dettatura, versi già compiuti nella sua testa.

Su consiglio delle colleghe, spedisce alcuni componimenti a diverse riviste e il Fanfulla da Lodi pubblica, nel 1888, La monaca e altre poesie.

Invia altri componimenti all’Illustrazione popolare, supplemento al corriere della sera che le vengon pubblicate con commenti molto favorevoli.

E’ l’inizio di un successo inaspettato e inarrestabile, che si trasforma presto nel caso letterario di quegli anni.
La prima raccolta di poesie, “Fatalità”, esce nel 1892 presso Treves.
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LETTURA N. 2 DA “FATALITA'” (1892)

FATALITA’

Questa notte m’apparve al capezzale
Una bieca figura.
Ne l’occhio un lampo ed al fianco un pugnale,
Mi ghignò sulla faccia.-Ebbi paura.-

Disse: «Son la Sventura.»
«Ch’io t’abbandoni, timida fanciulla,
Non avverrà giammai.
Fra sterpi e fior, sino alla morte e al nulla,

Ti seguirò costante ovunque andrai.»
-Scostati!… singhiozzai.
Ella ferma rimase a me dappresso.
Disse: «Lassù sta scritto.

Squallido fior tu sei, fior di cipresso,
Fior di neve, di tomba e di delitto.
Lassù, lassù sta scritto.»
Sorsi gridando:-Io voglio la speranza

Che ai vent’anni riluce,
Voglio d’amor la trepida esultanza,
Voglio il bacio del genio e della luce!…
T’allontana, o funesta.-

Disse: «A chi soffre e sanguinando crea,
Sola splende la gloria.
Vol sublime il dolor scioglie all’idea,
Per chi strenuo combatte è la vittoria.»
Io le risposi: -Resta.-
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VIENI AI CAMPI

Vieni ai campi con me!… Bagna nel verde
La rugiada i miei sandali di seta.
De la campagna che il mattin rinverde
Vo’ coglier tutti i fior

Vieni con me nei boschi, o mio poeta,
Ma non dirmi d’amor!…
Una rondin traversa il ciel di rosa,
L’umide foglie sembran dïamanti;

Brillan gl’insetti nell’erba muscosa,
Ringiovanisce il pian;
Guarda che luce, che festa, che incanti…
Dio non esiste invan!

Non parlarmi d’amor.-Di quei fulgori
L’anima nostra è un pallido riflesso.
Guarda che forza di divini ardori
Circonfondente il suol;

Che amor possente e che possente amplesso
De la terra col sol!…
Tu dar non mi potrai quel bacio eterno.-
Fatto di debolezza e gelosia,

Di fosche nubi e di rose d’inverno,
Di febbre e di timor,
Dell’infinito innanzi all’armonia,
Di’, che vale il tuo amor?

Io voglio, io voglio i campi sterminati
Ove fremono germi e sboccian fiori,
Come snella puledra in mezzo ai prati
Io voglio, io voglio andar;

Dell’iride vogl’io tutti i colori,
Tutti i gorghi del mar!…
Strappar le fronde e calpestar gli steli,
Goder l’eccelsa libertà montana,

Sul vergin picco che si slancia ai cieli
Batter felice il piè;
E assopirmi nel sol, come sultana
Ne le braccia d’un re!
***
***
L’entusiastica accoglienza da parte del pubblico e i vasti consensi della critica fanno sì che con decreto ministeriale, la poetessa venga nominata professoressa presso la scuola normale Gaetana Agnesi di Milano. Preso servizio, si trasferisce con la madre nel capoluogo lombardo.

Le vien conferito il premio «Giannina Milli» che consiste in un vitalizio di duemila lire l’anno, cifra allora ingente, che la aiuterà a dedicarsi esclusivamente alla composizione poetica.

Spinto dalla lettura dei suoi versi, in cui ritrova i suoi stessi ideali socialisti, anche il giovane intellettuale Ettore Patrizi va a trovarla a Motta Visconti.

Grazie alla sua amicizia, trasformatasi presto in un fidanzamento durato sino al 1895, Negri, quando si trasferisce a Milano, entra in contatto con l’ambiente del socialismo riformista ed ha modo di conoscere Filippo Turati, Anna Kuliscioff e, più tardi, Benito Mussolini.

Intorno alla sua opera e alla sua figura si crea il mito della poetessa selvaggia ed incolta, la vergine rossa, la maestrina proletaria senza nome
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LETTURA N. 3 da “fatalità” (1892)

SENZA NOME

Io non ho nome.-Io son la rozza figlia
Dell’umida stamberga;
Plebe triste e dannata è mia famiglia,
Ma un’indomita fiamma in me s’alberga.

Seguono i passi miei maligno un nano
E un angelo pregante.
Galoppa il mio pensier per monte e piano,
Come Mazeppa [1] sul caval fumante.

Un enigma son io d’odio e d’amore,
Di forza e di dolcezza;
M’attira de l’abisso il tenebrore,
Mi commovo d’un bimbo alla carezza.

Quando per l’uscio de la mia soffitta
Entra sfortuna, rido;
Rido se combattuta o derelitta,
Senza conforti e senza gioie, rido.

Ma sui vecchi tremanti e affaticati,
Sui senza pane, piango;
Piango su i bimbi gracili e scarnati,
Su mille ignote sofferenze piango.

E quando il pianto dal mio cor trabocca,
Nel canto ardito e strano
Che mi freme nel petto e sulla bocca,
Tutta l’anima getto a brano a brano.

Chi l’ascolta non curo; e se codardo
Livor mi sferza o punge,
Provocando il destin passo e non guardo,
E il venefico stral non mi raggiunge.
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[1] Mazzeppa: Ivan Stepanovic Mazeppa (1639 – 1709) fu un atamano dello Stato
Cosacco (1687 – 1709) e un duca del Sacro Romano Impero Germanico (1707 – 1709) che durante la Grande guerra del nord si schierò a fianco degli svedesi di Re Carlo XII contro l’impero russo.
Le sue imprese guerresche ispirarono poeti e musicisti.
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Un grido di rabbia e di dolore si leva dai suoi versi per denunciare la miseria dei contadini, dei battellieri e dei minatori, lo sfruttamento degli operai da parte della fabbrica.
Come in “Mano nell’ingranaggio” (1892), una delle sue liriche più famose e che suscita una forte impressione, pur discostandosi dalla realtà, prende spunto da un incidente sul lavoro capitato veramente a sua madre:
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LETTURA N. 4 DA “FATALITA'” (1892)

MANO NELL’INGRANAGGIO

Rotan le cinghie, stridono le macchine;
Indefessi ne l’opre, allegri canti
Vociano i lavoranti.

Ma un dissennato grido a un tratto levasi;
E pare lacerante urlo di belva
Ferita in una selva.

Fra i denti acuti un ingranaggio portasi
—Povera donna bionda e mutilata!…—
Una mano troncata.

Rotan le cinghie, stridono le macchine;
Ma le ruvide voci i lavoranti
Più non sciolgono ai canti.

Stillan, confuse col sudor, le lacrime;
Da lontano rombando, la motrice
Cupe leggende dice.

E senza tregua appare agli occhi torbidi
—Povera donna bionda e mutilata!…—
Quella mano troncata.
***
***
Ostentando le povere origini, l’inferiorità della condizione femminile, l’io poetico pare paradossalmente animato da un senso di superiorità che si rispecchia negli atteggiamenti titanici in cui la plebe è ritratta.

Al sentimento viscerale di comunanza con gli oppressi si accompagna un forsennato desiderio di riscatto che rivela tratti fortemente populistici.

Così, attingendo toni accesi e colori lividi dal repertorio della scapigliatura, la poetessa si ergeva, come in Sfida (1892), a sferzare con i suoi versi il mondo borghese e i suoi valori.
***
LETTURA N. 5 da “FATALITA'” (1892)

SFIDA

O grasso mondo di borghesi astuti di calcoli nudrito e di polpette,
mondo di milionari ben pasciuti e di bimbe civette;
o mondo di clorotiche donnine che vanno a messa per guardar
l’amante, o mondo d’adulterii e di rapine e di speranze infrante;

e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo, che vuoi celarmi il sol
degl’ideali, e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo, che vuoi tapparmi l’ali?…
Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: tu menti e pungi e mordi, io ti
disprezzo: dell’estro arride a me l’aurato incanto, tu affondi nel lezzo.

O grasso mondo d’oche e serpenti, mondo vigliacco, che tu sia
dannato! Fiso lo sguardo negli astri fulgenti, io movo contro al fato:
sitibonda di luce, inerme e sola, movo -e più tu resti, scettico e
gretto, più d’amor la fatidica parola mi prorompe dal petto!…

va, grasso mondo, va per l’aer perso di prostitute e di denari in
traccia: io, con la frusta del bollente verso, ti sferzo in su la faccia.
***
Trasferitosi in America, su incoraggiamento della fidanzata e diventato direttore del giornale Italia, Patrizi sceglie di fermarvisi definitivamente e Negri decide di rompere il fidanzamento.

Tempeste, la seconda raccolta poetica uscita nel 1895, dedicata in parte ai sentimenti suscitati da questo rapporto, ottiene anch’essa grande consenso, per quanto distante per temi e toni dall’opera precedente.

Il componimento Senza ritmo (1895), quasi a chiusura della raccolta, si pone come primo esperimento di libertà metrica che precorre il verso libero e attira l’attenzione di diversi critici.

LETTURA N. 6 da “tempeste” (1895)

SENZA RITMO

A Nice Turri.

Clair de Lune
di Beethoven.
Passa pel chiuso salotto
il brivido cupo dell’ombra:
i tasti animati singhiozzano
sotto le dita tue bianche, o Nice,
e tu sei vestita di bianco
come un fantasma.-Suona.-
*
O Pallida, o Pallida, io so che ben presto morrai,
che quando la tosse t’affanna
ritiri dal labbro la tela macchiata di rosa.
Tu non mi parli, suoni:
non vedo il tuo volto, non vedo
gli occhi sognanti ove langue un desìo di carezze
ove par che una lagrima tremi
sempre:
vedo l’abito bianco,
vedo i lunghi capelli di seta,
e sento l’anima, l’anima,
l’anima tua, Nice!… vibrar ne le note.
*
È Beethoven.-Quand’egli creava
la solenne armonia,
tu non vivevi, Nice, io non vivevo:
ma ciò che l’artista crea
tutto il mondo lo beve,
lo fa sua carne e suo sangue:
ed ora, più di qualunque parola,
questa musica dice
ciò che tu senti, ciò che io sento.-Suona.
*
Narran gli accordi gravi
l’occulta rovina del corpo tuo così bello,
minato dal male:
narran la tua gioventù che non vuole morire,
narran che tu sei sposa,
narran che tu sei madre,
che il bimbo tuo balbetta le prime vezzose parole,
e che per lui, per lui
t’aggrappi alla vita!…
*
Narran gli accordi gravi
che mentre tu passi lasciando nel mondo l’amore
io vivrò disamata.
O Nice, ancora vent’anni, ancora trent’anni
dovrò trascinare nel mondo,
sola!…
Poi che amore ti chiama
vivi, e lascia ch’io, non rimpianta, muoia!…
*
Tu non volgi la testa:
non vedo il tuo volto, non vedo
i tuoi occhi sognanti ove langue
un desìo di carezze,
ove par che una lacrima tremi
sempre.-
A terra mi prostro e bacio l’abito bianco
io umana a te divina,
a te che domani morrai.
E dicon gli accordi gravi:
Tu che resti nel mondo, tu che invochi l’amore,
non perder tempo, non perder tempo, ama:
ama chi soffre e non spera:
tu debole e sola
pei deboli e i soli diventa robusta e possente:
fa che la gelida morte
dischiuda al tuo corpo la fossa
quando l’anima
divisa in frementi brandelli,
sciolta in milioni d’atomi luminosi,
abbia già baciate
le dolci anime sole, piangenti su la terra:
ama, l’amore è infinito
poi che infinito è il dolore.
***
Nel 1896, un ricco impresario di Biella, Giovanni Garlanda, innamoratosi di lei dopo la lettura dei suoi versi, le chiede di sposarlo. Il matrimonio è celebrato dopo un mese e Negri si trasferisce a Valle Mosso. Dopo due anni nasce la primogenita Bianca; la seconda figlia, Vittoria, vive soltanto un mese.

La scrittrice si cala completamente nella dimensione materna, cui è dedicata la raccolta Maternità (Milano 1904).
***
LETTURA N. 7 da “MATERNITA'” (1904)

MATERNITA’.

Io sento, dal profondo, un’esile voce chiamarmi:
sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?

O vita, o vita nova!… le viscere mie palpitanti
trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti.

Tu sei l’Ignoto.-Forse pel tuo disperato dolore
ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;

pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza,
io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza:

t’amo e t’invoco, o figlio, in nome del bene e del male,
poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.

E penso a quante donne, ne l’ora che trepida avanza,
sale dal grembo al core la stessa devota speranza!…

Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del mistero
ch’apre il lor seno a un essere novello di carne e pensiero;

urne d’amore, in alto su l’uomo e la fredda scïenza,
come su altar, le pone del germe l’inconscia potenza.

È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l’amore:
sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.
*
Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i veli
mentre ne gli occhi splende un calmo riflesso de i cieli:

pei palpiti che scuoton da l’imo le viscere oscure
ove, anelando al sole, respiran le vite future:

per l’ultimo martirio, per l’urlo de l’ultimo istante,
quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondante

pel roseo bimbo ignudo, che nasce-miserrima sorte!…-
su letto di tortura, talvolta su letto di morte:

uomini de la terra, che pure affilate coltelli
l’un contro l’altro, udite, udite!… noi siamo fratelli.

In verità vi dico, poichè voi l’avete scordato:
noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.

In verità vi dico, le supplici braccia tendendo:
non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.

Gettate in pace il seme ne i solchi del campo comune
mentre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:

nel sole e ne la gioia mietete la spica matura,
grazie rendendo in pace a l’inclita Madre, Natura.
***
Anche questa pubblicazione, come le precedenti, riscuote successo, ma alcuni critici, come Luigi Pirandello accusano la poetessa lodigiana di populismo per gli eccessi retorici che contraddistinguono il suo linguaggio poetico.
La sua vita privata è segnata da crescenti difficoltà nel rapporto col marito e coi suoceri che non l’accettano.

Grazie a una fitta rete di amicizie, nel frattempo entra in contatto con le più importanti istituzioni filantropiche e dell’associazionismo politico milanese, dalla Società umanitaria, all’Università popolare e alle Opere pie.

Così, partecipa alla fondazione dell’Asilo Mariuccia per donne, adolescenti e bambine che si prostituiscono.
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LETTURA N. 8 “ASILO MARIUCCIA” (1903)

dal discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione dell’asilo per prostitute “Mariuccia”

Milano, ottobre 1903

Signore, Signori,
Una cerimonia di inaugurazione è, quasi sempre, una festa.

Ma la casa che si apre con questo dolce e tragico nome “Mariuccia” e che oggi noi inauguriamo, accoglierà fra le sue pure ombre tali e così orrende miserie, che noi tutti, qui presenti in quest’ora, abbiamo la piena coscienza della gravità dell’opera assunta, e il nostro viso è pallido e il nostro cuore trema.

Noi sentiamo che questa non è, non deve essere una delle solite forme di carità, le quali non sono che una benda su piaga cancrenosa. Sentiamo l’immensa piccolezza nostra, la tenuità di questo primo passo pure compiuto con tanta fatica, e vediamo davanti a noi la via da salire, erta, lunghissima, sparsa di rovi e di pericoli senza fine. Ma ci sostiene la convinzione che mai donne ed uomini, infiammati dallo stesso spirito d’amore, si unirono per combattere ed alleviare miseria più grande. Noi donne oneste, perfettamente in regola coi costumi e con le leggi, abbiamo, infinite volte nella vita, pronunciata con ribrezzo, con pietà superficiale o con ira orgogliosa la parola prostituta.

Abbiamo con cura solerte e gelosa nascosto alle nostre figlie, o alle giovinette affidate alla nostra custodia, i giornali ed i libri che parlavano di donne perdute. Per la via, abbiamo voltato con repulsione istintiva la testa, distogliendo lo sguardo dalla figura femminile che ci passava dinanzi, in una nube di acuti profumi, dipinti i capelli ed il viso, col passo ondulante e il contegno sfrontato. Ma non abbiamo mai pensato che quelle creature sono, il più delle volte, più disgraziate che perverse. Non abbiamo mai pensato che esse sono sorelle nostre, in nome della Natura e del Vangelo, e che, venuti a tempo, una parola alta e buona, un indirizzo diverso, un altro orizzonte dischiuso, avrebbero forse ottenuto, in qualcuna almeno di quelle donne, miracoli di bene. Certo la questione della prostituzione è terribilmente ardua, complessa e spinosa, ed ha le sue radici nell’oscura compagine sociale, nel secolare egoismo, nel problema economico, e – bisogna ammetterlo – nelle inevitabili eredità fisiche e psichiche.

La cortigiana di razza, l’avventuriera potente e trionfante nella forte bellezza, nell’ardore dell’insaziabile carne, nell’ipertrofia dell’organismo sensuale, nella assoluta mancanza di senso morale, non può e non potrà forse mai essere eliminata dalla società. – Aspasia , Imperia, La Pompadour, Emma Lyona, Nanà – scintillanti, incoscienti, prepotenti ed invincibili come forza di natura, sorsero e sorgeranno dalle impurità e dalle menzogne del loro tempo, sbocciando come mostruose orchidee, passando come violente meteore, sospinte dalla fatalità del loro essere e del loro destino. Ma intorno e dietro ad esse, nell’ombra, c’è un infinito numero di sventurate che non nacquero a quella vita, e che, invece, la miseria, l’abbandono, il cattivo esempio e le perfide insinuazioni di innominabili rettili umani, gettarono sulla strada della prostituzione. Erano forse bambine gracili e delicate, dall’anima dolce che avrebbe dato squisiti fiori di bellezza, se vi fosse stato gettato un buon seme. E, ancora in embrione, il loro spirito venne contaminato: e il loro corpo ancora quasi infantile venne abbandonato alle ignobili brutalità di un vecchio che pagava.

Così, rovinate, ammalate di corpo e d’anima, costrette alla più vergognosa fatica che al mondo si possa immaginare, noi le vediamo (quando pure non muoiono prima di mali inconfessabili, di peritonite o di consunzione) vecchie a vent’anni, decrepite a trenta, perdute nelle case di tolleranza, negli ospedali, nei sifilocomi, sulle strade, sui palcoscenici dei caffè di concerto di quart’ordine – o in fondo alle carceri. Ed è pieno il mondo di queste adolescenti destinate ad una così orribile immolazione: e, se noi veramente vogliamo che non siano inconsistente e vana retorica le grandi parole di pietà e di carità delle quali ci riempiamo così ardentemente la bocca ed il cuore, dobbiamo tutto dare e tutto fare perché non venga consumato questo assassinio.
***
Il suo impegno le offre materia per i reportages, gli articoli d’attualità e le cronache che pubblica nella rubrica «Cronache del bene» del Corriere della sera, di cui è titolare dal 1903 al 1911.

L’indiscussa fama della sua firma garantisce una propaganda sicura a ogni opera benefica di cui si occupa nei suoi articoli: è inoltre uno fra i pochissimi autori i cui versi dedicati a fatti di cronaca trovano spazio sui quotidiani.

Dopo la rottura col marito nel 1913, si trasferisce a Zurigo per seguire la figlia Bianca, iscritta dal padre in un collegio della città svizzera.

Qui comincia a comporre alcune prose dedicate esclusivamente a figure femminili, cui non sembra attribuire grande importanza, sia perché la loro destinazione è apparire sui quotidiani, sia perché considera la poesia la sua espressione artistica più autentica.

Col profilarsi del primo conflitto mondiale e la paura della chiusura delle frontiere, nel 1914 lascia la Svizzera per far ritorno a Milano. In quell’anno aderisce al Comitato nazionale femminile per la difesa della patria in tempo di guerra e, riconoscendosi nel mussolinismo che propugnava una trasformazione in senso rivoluzionario del riformismo socialista, si distacca definitivamente dal socialismo turatiano e dall’ambiente democratico.

Nella redazione del Popolo d’Italia comincia a frequentare Margherita Grassini Sarfatti, la cui amicizia le permetterà di godere per anni di protezione politica.

Dal 1914 al 1926 scrive articoli per diversi quotidiani: La Stampa, Il Secolo, La Rivista d’Italia, non discostandosi dalle direttive di regime nei pezzi di stampo sociale.

Ormai considerata la maggiore poetessa italiana e divenuta celeberrima pubblica, non senza incertezze e su incoraggiamento di Margherita Sarfatti, il suo primo volume di prose, Le solitarie (Milano 1917), che si colloca in un filone già inaugurato da Neera (Anna Zuccari) e Matilde Serao.

Nella Prefazione, dedicata alla stessa Sarfatti, rivendica di aver tratteggiato «umili scorci di vite femminili». Tra la vita d’eccezione della scrittrice e i grigi destini femminili consumati nell’ombra, nel silenzio, nella consapevolezza della propria solitudine si stabilisce un legame di complicità.

Lo stile dimesso, disadorno e tutto giocato su toni smorzati, che si discosta notevolmente dall’enfasi declamatoria delle poesie, ottien il consenso del critico Renato Serra.

Prende così avvio la produzione di diverse raccolte di prose, perloppiù novelle, “Finestre alte”, (1923); Le strade, (1926); Sorelle, (1929) in cui episodi di vita femminile sono narrati intrecciando in forma originale autobiografia e biografia.

E’ in questa fase, come dicevamo all’inizio, che la Negri rielabora storie della sua infanzia e della giovinezza, nonché momenti della vita della madre, nel frattempo deceduta.

In esse, la narratrice tratteggia diverse figure di donna: alcune soffrono indicibili violenze, altre si caratterizzano per la loro forza ed il loro coraggio.

In alcuni casi i ritratti proposti sono delicati e commoventi,in altri crudi e raccapriccianti: pare quasi che l’autrice, in certi momenti, voglia colpire il lettore con un pugno allo stomaco.

Nel primo tipo di storie, si situano alcune novelle in cui le protagoniste narrano il loro riscatto da un’infelice condizione o rivivono un rapporto amoroso ben riuscito; nel secondo, vicende sordide di donne violentate, maltrattate dai mariti e perfino bambine raggiunte dalla sventura.

Le prime son più convincenti delle seconde, perché l’autrice pare compiacersi di descrivere fin nei minimi e più atroci particolari chi è stato colpito dalla disgrazia.

Le orazioni (1918) sono dedicate alla memoria di Alessandrina Ravizza, Luigi Maino e Roberto Sarfatti, figlio di Margherita, che Ada considera suo figlio d’anima,, caduto giovanissimo sul fronte.

In quegli anni la sua esistenza è attraversata da nuovi lutti e distacchi:
• la madre Vittoria scompare nel 1919,
• un uomo con cui ha avuto una straordinaria storia d’amore muore di influenza spagnola;
• la figlia Bianca, tanto amata, si sposa.

Tutti questi avvenimenti inducono la poetessa ad una produzione letteraria più intima ed introspettiva, ma anche fortemente venata da un irrimediabile pessimismo.
Così, in quel disgraziato 1919 esce “il libro di Mara” una raccolta di liriche ispirate ai fatti luttuosi che hanno segnato la vita della poetessa.

Nel 1921 compone Stella mattutina, una storia autobiografica sulla propria infanzia e sulla propria adolescenza, in cui si inseriscono due lunghi racconti autonomi.

Attraverso la protagonista, la bambina Dinin, vengono rievocate in terza persona le poverissime origini, la vita nella portineria, i giochi nel ‘giardino del tempo’, gli scontri con la padrona che accusa la bambina di copiare, la consapevolezza della propria vocazione alla poesia. Viene nel contempo esaltato il rapporto con la natura, col sole, con gli alberi, con i fiori con cui la protagonista si intrattiene in un intimo dialogo.

Alla figura della madre, costretta dalla vedovanza a impiegarsi in un opificio, sono dedicate pagine di intensa emozione, come quando racconta del suo ferimento alla mano di cui aveva già parlato in Mano nell’ingranaggio.

Anche in Stella mattutina la giovanissima protagonista accusa con sdegno la fabbrica: «La derubano. Quello che dà è scandalosamente più grande di quello che riceve […] Processata, andrebbe, la fabbrica; e condannata. Paga il tuo debito, ladra!»

La scelta di privilegiare il punto di vista della bambina, accanto alla quale è sempre presente anche l’autrice adulta, ha come effetto quello di accostare il candore e l’innocenza dell’infanzia a una consapevolezza matura.

Sul Popolo d’Italia, Benito Mussolini le dedica un articolo elogiativo che l’autrice considera il miglior premio della sua opera, poi riproposto come premessa all’edizione mondadoriana del 1940.

La nomina nel 1926 di Ugo Ojetti a direttore del Corriere della sera le consente di riprendere la collaborazione al giornale, che diviene la sua principale risorsa economica, per 1000 lire al pezzo, una cifra che corrispondeva allo stipendio mensile di un professore del liceo.

Tale collaborazione significa di fatto entrare a far parte del gruppo degli intellettuali che si considerano fascisti o che appoggiano apertamente il regime e le permette di ottenere nel 1931 il premio Mussolini.

Nel 1940 è nominata, prima donna, all’Accademia d’Italia.

Gli anni della guerra e gli ultimi anni di vita sono segnati dalla sofferenza e dalla solitudine; una rinata vocazione religiosa la porta a ripiegarsi su se stessa in un sommesso soliloquio.

Preghiere è il titolo della parte conclusiva della sua ultima raccolta, Fons amoris (Milano 1947).

Dopo il bombardamento della casa di Milano, Ada Negri si trasferisce dapprima a Bollate presso la figlia, quindi a Parma e a Pavia.

Si spegne a Milano l’11 gennaio 1945. ***

A causa della sua adesione al fascismo, l’opera e il nome di Ada Negri sono stati dimenticati, se non addirittura rimossi nel secondo dopoguerra.

Alcuni dei suoi componimenti sono finiti nelle antologie scolastiche, mentre gli storici della letteratura italiana l’hanno collocata tra i poeti minori.

Solo in tempi più recenti sembra essersi risvegliato un certo interesse critico, soprattutto per le opere in prosa.

A noi piace, perciò, concludere con due letture tratte proprio da una di queste raccolte, dove si tratteggiano alcune figure femminili che Ada Negri ha conosciuto nella sua vita e che ci paiono luminosi esempi di forza, coraggio e riscatto.
***
LETTURA N. 9 DA “SORELLE” (1917)

LA POLENTA

Zia Regina aveva diritta la persona e duro il volto, segnato ai lati della bocca da due robuste rughe, che richiamavano l’immagine dei solchi nella terra pronta per le semine. Anche le mani aveva dure: nocchiute, con l’unghie corrose e le screpolature caratteristiche delle mani di massaia, provate alla lisciva del bucato, all’acqua di soda per la rigovernatura delle stoviglie, al fuoco e al gelo, all’ago e al ferro da stiro: con sulle palme i calli della granata e del matterello.
La rude austerità dei tratti di lei ne rispecchiava il carattere. Tenerezze, nessuna: se ne sarebbe vergognata. Pure amava il marito e i figlioli: se un di loro cadeva malato, non v’era più riposo per lei, né giorno né notte: compieva, di nascosto, molti atti di carità: voleva bene a me, figlia d’un fratello morto, quasi come alle figlie sue, strapazzandomi come le figlie sue, qualora me lo fossi meritato. I suoi comandi eran giusti; e a nessuno di noi, (nemmeno, credo, a suo marito, quel brav’uomo dello zio Agostino, che faceva il parrucchiere e andava matto per le opere del Verdi) veniva in mente di disobbedire.
Il giovedì, giorno di vacanza, appena scoccate le dieci del mattino io m’incamminavo verso la casa di zia Regina. Giunta, entravo, non già dalla bottega, cosa di cui avevo severa proibizione; ma da una porticina laterale, che metteva nella cucina-tinello; e sempre un poco malsicura, non riuscendomi di vincere un’innata timidezza scontrosa. Ma le cuginette mi abbracciavano con festevole cordialità; e zia Regina m’accoglieva, asciutta e pur bonaria, con le invariabili parole:
– Sei qui? Ti fermi? Or ora si mangerà la polenta.
Noi ragazzine ci si metteva sùbito, a chiacchierare, a cinguettar della scuola e delle compagne, a mostrarci i quaderni con le cifre, le note e i sunti, ad aiutarci nei cómpiti. La maggiore delle cuginette si chiamava Amelia, per onorar la protagonista del “Ballo in maschera”: la minore, Castiglia, in omaggio ad un verso dell'”Ernani”: “Si ridesti il leon di Castiglia”.
Amelia, incerta fra divenir maestra od infermiera, possedeva una meraviglia di capigliatura color buccia di castagna, che a pettinargliela all’oscuro dava scintille; e una vena di gaiezza così spontanea, che in sua compagnia avrebbero riso anche i morti. Più grave la seconda, d’animo e movenze: con inquieti occhi lionati sempre in cerca di qualcuno o di qualcosa; e già, nel cuore poco più che dodicenne, smarrita dietro informi fantasie d’amore. Dei fratelli, Silvio, chiuso, imbambolato e di cervello un po’ corto, non contava: Virginio invece, detto, in confidenza, Cin, era un demonio che alla vita voleva strappar tutto: studiava intanto computisteria, e la lingua spagnola per andare un giorno – diceva lui – nell’America del Sud a far bottino di pesetas.
La cucina-tinello era a pianterreno; e dalla bottega la divideva uno sgabuzzino cieco, zeppo di panni da rammendare, di biancheria da stirare, di vecchi libri scolastici e di cianfrusaglie. Di là io m’affacciavo talvolta alla bottega, di cui m’affascinavano le teste di donna in vetrina, di cera, con ciglia stellanti, e massicce pettinature alla moda; e gli specchi; e le mensole coperte di lucentissimi strumenti; e le due poltrone di velluto rosso, sulle quali uomini avvolti in candidi accappatoi si lasciavano radere dallo zio Agostino e dal primo garzone. A me, quegli uomini parevan condannati al supplizio; e non potevo dominare il tremito, guardando l’agile andare e venire del rasoio e i suoi barbagli su quelle guance e quei menti schiumosi di sapone: quasi, da un momento all’altro, il rasoio dovesse incidere la carne, e dalla carne sprizzare un getto di sangue.
Lo zio saliva su tutte le furie, se gli veniva fatto di sorprendere uno di noi a curiosar nella bottega. Per cui non m’arrischiavo che a dare un’occhiata; poi, via, in tinello, con gli altri; e dal tinello nel cortile; e, per tre branche di scale e un lungo ballatoio a ringhiera, (col pretesto di raccoglierci meglio a studiare) fin nelle due stanze da letto della famiglia, che si trovavano proprio lassù.
Lassù era il mio paradiso. Le finestre davan sulle antiche mura della città: di là io m’immergevo, oltre la cinta delle mura, in tant’aria e tanto spazio di boscosa terra, che altro azzurro e altro verde non pensavo potesse esistere.
Verso mezzogiorno, l’appetito ci richiamava tutti al pianterreno: io con Amelia e Castiglia apparecchiavo la tavola, mentre zia Regina faceva cuocere la polenta.
La vampa del focolare le invermigliava la faccia scabra, che vieppiù si scolpiva in durezza, nel violento gioco dell’ombre. Non v’era massaia che sapesse con più esperta mano versar nell’acqua bollente la farina, e rimestarla col bianco e ricurvo mestone di faggio, senza interruzione e sempre da un sol lato, a che non si formassero nell’impasto quei disgustosi grumi di farina mal cotta, che sono il disonore d’una polenta. Nella bisogna ella quasi non si chinava, alto essendo il rampone della catena che reggeva il pajolo; e io non distaccavo lo sguardo dalla sua persona vestita di nero, serrata ai fianchi da un grembiule greggio, accesa e autorevole in volto dinanzi al ribrillio delle fiamme e del pajolo, al rosseggiar delle brace, al cuocere e rassodarsi della gialla polenta, con scoppiar di bolle alla superficie sotto l’energico rimestare.
Finalmente zia Regina levava il pajolo dalla catena, lo lasciava posare un momento sulla pietra del focolare: poi, con mossa infallibile, rovesciava la polenta sulla tafferia.
Larga era, e molle; rotonda e lucente come la luna d’agosto quando sorge, beata, fra i vapori del crepuscolo. Il suo umido fumo ci bagnava dolcemente il viso, e un odor misto di granturco, di salute e di felicità ci dilatava le narici e il cuore.
Il più bello era quando zia Regina toglieva da un piatto un grosso pezzo di burro, e lo calcava ben bene nel centro della polenta, che cospargeva di cacio grattugiato. Poi “faceva le parti”, distribuendo a ciascuno di noi la fetta che ci spettava: prima allo zio, ch’era a capo della tavola: in séguito ai ragazzi, in ragione d’età.
L’ultima a servirsi era lei.
E tutti ci mettevamo a mangiare con grande appetito e piacere, cercando d’assaporare nella larga fetta il poco burro del quale aveva potuto intridersi almeno in parte. Il desiderio di trovarlo e gustarlo era tale, che rendeva per noi prezioso il frugalissimo cibo; e forse costituiva la maggiore attrattiva di quel pasto. Finito il quale, ci si faceva il segno della croce; e lo zio tornava alla sua bottega, noi ai giochi e agli allegri discorsi, recando, in mano un pane e qualche frutto. Quanto alla zia, metteva al fuoco, zitta zitta, una pentola d’acqua, disponendosi a rigovernare i piatti con la stessa austerità che prima aveva posta nel far la polenta: che sempre poneva nel raggiustare i panni del marito e dei figli, nell’accendere il lumino dinanzi ai ritratti de’ suoi morti, e nell’assistere, la domenica, alla messa.
*
Magata forse doveva essere, quella polenta d’ogni giovedì, quella polenta di zia Regina: se anche ora, dopo tant’anni, io ne rivedo il disco fumante, ne risento il calore, l’odore e il sapore.
Forse rappresentava nel più semplice modo la vita, quella fetta cordiale, in cui affondavo i sani denti bianchi, cercandovi il gusto del burro che con parsimonia la donna vi aveva introdotto. E il ricordo della polenta che co’ miei occhi di ragazzetta povera vedevo fare, scodellare, condire e distribuire in parti coscienziosamente uguali, rende ora insipidi al mio palato i manicaretti dei pranzi d’invito: me li fa assomigliare al carminio sulle labbra delle signore troppo scollate, al bistro sottolineante i loro occhi troppo esperti.
In fondo, capisco d’esser rimasta la piccola nipote di zia Regina, che sognava per un’intera settimana la polenta del giovedì. Ma zia Regina è morta; e quella polenta, proprio quella, nessuno me la saprebbe dar più.
***
LETTURA N. 10 DA “SORELLE”, (1917)

SORA RO’

Giovanissima, nel suo pietroso paese umbro tutto ulivi, viottoli a scalinata, campane e conventi, Eurosia prendeva marito.
Usciva da una famiglia di possidenti di campagna per sposare un possidente di campagna: pezzo d’uomo barbuto, che, non appena l’aveva incontrata a una riunione in casa d’amici, s’era detto senz’altro, come nei romanzi per giovinette: “Costei prenderà nella mia casa il posto della mia mamma”.
Eurosia era asciutta e olivastra, con un profilo etrusco, di linee nette e acute, con gli occhi più neri e i denti più bianchi del vero, a contrasto con la pelle arsiccia.
Parlava poco; e suo marito anche meno. Forse questo contribuì a rendere armonica quell’unione. Ne nacquero sei figli, sei canne d’organo: tutti succhiarono il latte della mamma, come i vitellini delle loro stalle.
L’uomo intanto, dopo qualche annata di gramo raccolto, vedendo le cose volgere al peggio e pensando che sei figli son molti, si dava ad affari un po’ rischiosi, a speculazioni un po’ avventate. La moglie vedeva e taceva: attentissima ad allevare i figlioli, senz’asprezza ma senza dolcezza, a dirigere la casa piena di famigli, a sorvegliare l’orto, il frutteto, il pollaio.
Si trovava appunto un mattino nello stanzone del bucato, quando udì voci scomposte venire dall’aia: vi balzò a tempo per veder quattro contadini riportare suo marito sulle braccia, esanime. Una sincope. Era caduto da cavallo, senza neppur dire “ahi”, giù, presso la chiusa: rotolato in terra come un sacco. Ella ebbe un solo stridente urlo, nel riceverlo: poi non trovò più, o non volle più trovare, grida né pianti.
A suo padre, che, finite le esequie, rimesse in ordine le carte, data una sommaria occhiata agl’interessi, constatato che andavano assai male, le offerse di raccoglierla, coi sei figli, – e il settimo in cammino – nella casa dov’era nata, rispose di no.
– Quel ch’è mio è vostro – insisteva il vecchio.
E lei, cocciuta:
– Grazie, babbo. Resto qui. Qui venni sposa, qui ebbi i miei figli. È la casa del padre loro, sono i beni del padre loro. Debbo restar qui. Tirerò il carro come potrò. Piuttosto, aiutami ad aggiustar le faccende, a sbrogliar la matassa, con la tua esperienza.
Fu, forse, il più lungo discorso uscito dalla sua bocca. E il vecchio in cuor suo le disse brava: egli aveva stima della gente di fegato.
A chi lodava la sua forza d’animo, Eurosia diceva: – Di piangere avrò tempo dopo. Ora deve andare la baracca a posto, e deve nascere Francesco.
Lo avrebbe chiamato Francesco, col nome del marito. Non dubitava che non fosse un maschio (già c’erano due femmine) e il più bello di tutti. Quando fu nato – era proprio il più bello di tutti – nel suo letto di riposo Eurosia poté, sì, poté piangere alla fine; e vi trovava una tremenda dolcezza: quasi a essere di nuovo fra le braccia del marito. Ma presto riuscì a vincersi, perché doveva allattare; e, si sa, ai piccini non fa bene il latte inaffiato di lagrime.
Qualche possedimento fu venduto, in perdita: qualche lite d’affari, in pendenza, fu composta: il numero dei famigli, ridotto: rimasero la casa e il vasto podere che dalla casa aveva nome. Eurosia prese atto e possesso d’ogni cosa: girava il podere tal quale il marito, e guai se i lavori non procedevano a puntino: trattava lei coi sensali per il grano e le bestie, coi mezzadri per gli appezzamenti di terra e la loro coltivazione. Né perdeva di vista i figlioli, puledrotti bizzarri che ne combinavano d’ogni risma: veri vassalli, come li bollava la madre, nel suo antico dialetto. Ma ella, che non madre soltanto, ma padre per loro aveva da essere, durissima si mostrava, specie coi maggiori: i quali, per un mistero dell’istinto, sentivano ch’era durissima con amore; e sotto i castighi non fiatavano, e per lei si sarebbero fatti uccidere. Sul primogenito, Leone, gravava più pesante la giustizia materna; e sì che Leone era il suo vero sangue. Le assomigliava, infatti, meglio che se si fosse guardata nello specchio; e le veniva, talvolta, il bisogno di soffocarselo perdutamente in braccio. Non gli aveva forse dato il petto fino ai due anni? Ma, oibò! Ella sapeva che la vita non scherza, e ch’era necessario negarsi anche il più innocente conforto, per avvezzare il cuore a farle resistenza.
Fra casa, orto, campo e chiesa, senza uno svago, facendo il bene quando poteva, divenne, in capo agli anni, – per i coloni, per i dipendenti, per gli amici, per tutti – la “sora Ro'”: donna d’esempio e di consiglio. La “sora Ro'”, quasi anche per i figli. Quel duro sincopato le stava a pennello; e le rimase.
Leone, finiti gli studi d’agraria, aveva messo barba, per darsi il tono del capofamiglia; e con quella barba ricordava il babbo; ma nelle strette narici autoritarie, negli occhi di carbone, nell’ossuto viso ulivigno era proprio il gemello di sora Ro’. Dalle mani della madre l’azienda agricola passò naturalmente nelle mani di lui: sora Ro’ credette d’essere ritornata ai tempi del suo uomo, e non le parve vero: qualcosa in lei, che spesso le doleva per lo sforzo, si distese, si placò. Nessuno dei figli la volle lasciare. Le due fanciulle andarono spose nel paese: dei minori, uno si fece prete nella stessa parrocchia, uno s’impiegò nella più vicina succursale di banca: tanto vicina, che poteva andarvi e tornarsene in bicicletta. L’ultimo, Francesco, non ci fu caso di farlo studiare: buttava i libri nel concio: divenne esperto in tutti i lavori della campagna, gran cacciatore e gran lanciatore di “ruzzoloni”, che son dischi di legno compatto: anzi, campione imbattibile del lancio dei “ruzzoloni”, gioco sportivo di gran voga, in paese e nei dintorni. Uno mancava: il penultimo, portato via a vent’anni dalla guerra, e rimasto fra i dispersi. Ma sora Ro’ si rifiutava di piangerlo: lo attendeva sempre: non mancava che in apparenza. Tolta la messa della domenica, sora Ro’ non usciva dalle sue terre, ch’erano ormai divenute le terre dell’abbondanza. Fiorì in quegli anni la rosa tardiva della sua vita, la giovinezza che nel tempo vero non aveva avuto agio di sbocciare: fiorì la bellissima giovinezza sessantenne di sora Ro’.
* * *
Quand’io andai a salutarla nella sua casa, un giorno di luglio, che nell’aia si trebbiava il grano e l’aria era bionda di loppe, di chicchi, di rèste, di polvere e sole, sora Ro’ nel suo abito nero mi venne innanzi con l’aspetto d’una sovrana. Solo le sovrane sanno essere semplici. Ella lo era senza saperlo. Donna e dòmina, nel suo regno, fra i suoi sudditi. Aveva intorno a sé i figli: il primogenito che le assomigliava e faceva le veci del pater familias: il prete grasso e cordiale: l’impiegato dal lungo viso esangue, dalle lunghe mani nervose: le due femmine placide, sottomesse, coi bimbi alle gonne: Francesco che andava e veniva, preoccupato della trebbiatura, nero come un beduino, col passo e le movenze elastiche dei begli animali liberi, con tal luce negli occhi e nel riso, che al buio avrebbe illuminato la casa da sé. Il disperso in guerra, colui che non era né vivo né morto, lo vidi nel cuore della madre.
Casa immensa, con spiriti benèfici nascosti nei vani, con file di stanzoni dai muri tirati a calce, dai vecchi mobili disadorni che risalivano alle origini della famiglia: immagini sacre, a violenti colori: pavimenti di mattoni, anche nella sala da pranzo, dove cani e gatti potevano, grazie a Dio, accucciarsi in confidenza ai piedi dei commensali, per ricevere il buon boccone. Il camino della cucina occupava mezza parete: in pieno calore estivo il fuoco v’era acceso, e non dava noia; ma continuava lo splendore del sole. Allegre e floride serventi lavoravano sotto il comando di sora Ro’. Nulla v’era che non passasse sotto il controllo di sora Ro’. Ben lungi dal segnare la sua vecchiaia, quell’affluire di vita e di opere la coronava dell’aureola d’un’età felice, che non apparteneva al calendario: era la sua, se l’era conquistata da sé sola, nessuno gliel’avrebbe potuta negare.
Impressioni e pensieri, che non osai dire a sora Ro’. Ella stessa m’insegnava il pudore della parola. Verso il tramonto, finita la trebbiatura, volle ch’io facessi un giro intorno alla casa e nel podere. Con Mirka, la cagna fedele, e Cesare, il nipotino che la nonna aveva più caro degli altri senza confessarlo neppure all’aria, ci accompagnava Leone. Mi piaceva il suo modo di sorridere nella barba, il suo passo misurato e solido, col quale nella vita era giunto dove aveva voluto. L’uomo di quarantacinque anni e la donna di sessantacinque sembravano toccare la medesima ora della vita. Io sapevo che, vivente la madre, Leone non si sarebbe mai sposato, e avrebbe proibito ai fratelli di condur moglie in casa: non volendo fosse tolto alla madre il pieno dominio, che in virtù de’ suoi sacrifici doveva rimanerle incontrastato. La guardava a tratti come certi santi barbuti, in certe pale d’altare, guardano la Madonna.
Sora Ro’ mi mostrò con orgoglio le sue molte galline, le sue molte anitre e una nidiata di anitroccoli starnazzanti in una gora: stupidi animali, che pur mostravano di riconoscerla. E il giardino, rustico, con fiori vividi: dalie, zinnie, girasoli, ortensie. E, dietro la legnaia e i magazzini, lo splendore d’una vigorosa pianta rampicante, a grappoli di fiori scarlatti, che s’abbarbicava persino ai tegoli. Avrebbe finito col rovinare il tetto, lei diceva; ma io sentivo che non l’avrebbe mai fatta estirpare.
Via via ci dilungammo, fra campi di granturco già alto e inciuffolato, e filari di viti che sotto archi di pampini nascondevano, gelosi, tesori di grappoli ancor verdicci. Per la straducola fra campi e vigneti il piede ci s’affondava nella bella terra cretosa, tiepida, che lo riceveva con letizia. A regolari distanze, ulivi e meli. Sora Ro’ lasciava che il fanciullo raccogliesse e addentasse a suo capriccio le meluzze cadute, sùbito gettandole via.
– Voi pure, da ragazzi, avete fatto così – diceva a Leone. – Tutti vassalli a un modo, i ragazzi. Ma nulla fa male al corpo, quando “c’è l’aria”.
A un certo punto sostò dinanzi a un alto e fronzuto mandorlo. Alla luce del tramonto che metteva tutto in vista e stagliava nettamente i contorni, notai che pochi erano i fili grigi ne’ suoi capelli d’un nero opaco, costretti in giri di treccioline; e poche ma profonde le rughe, in cui tutta la sua vita stava incisa, con parole così pure, che Dio soltanto poteva leggerle.
Guardò l’albero, e guardò il figlio. S’intesero, si sorrisero. Poi ella mi disse:
– Questo mandorlo, vede? l’abbiamo piantato con le nostre mani, Leone ed io, trent’anni fa. Il povero babbo era già morto. Ed ora, ecco.

PIER LUIGI GIACOMONI