A CHE SERVONO I PARTITI?
(21 Dicembre 2016)

ROMA. A che servono i partiti? Vi può esser una democrazia senza partiti? E’ concepibile, anche solo in ipotesi,
l’idea d’una società democratica fondata su delle individualità piuttosto che su degli schieramenti ideologici più
o meno precostituiti?

A venticinque anni dall’indimenticabile 1992, anno in cui deflagrò dirompente la crisi dei partiti della “prima
Repubblica” l’Italia ha sperimentato di tutto: partiti nati e morti in pochi mesi, coalizioni simili a cartelli
elettorali, movimenti, liste civiche, aggregazioni di diverso tipo.

I partiti stessi, quelli che si presentano alle varie elezioni sono pervasi da lotte incessanti, suddivisione in
correnti, minacce di scissione, costituzione di club ed aggregazioni subpartitiche.

In Parlamento, poi, soprattutto in questa legislatura le migrazioni di deputati e senatori da un gruppo ad un altro
sono all’ordine del giorno.

Sembra quasi che l’individualismo che, in una qualche misura, connota i tempi in cui viviamo stia pervadendo la
politica, spingendola a tornare all’epoca in cui i Parlamenti erano, appunto, un’accozzaglia di gruppi che
seguivano più o meno disciplinatamente dei capi riconosciuti.

Narra, a proposito dell’Inghilterra, Alan Bennett [1]:

«Il Settecento non è un periodo esaltante. Non c’è esempio in quel secolo delle grandi lotte costituzionali e dei
grandi movimenti di idee che animano il Seicento e pervadono drammaticamente l’Ottocento. La politica è
materialistica, meschina, la Camera dei Comuni un’arena in cui qualcuno poteva farsi un nome, ma dove la maggior
parte dei deputati pensava solo a riempirsi le tasche.

Il re sceglieva come capo del governo un uomo politico in grado di ottenere alla Camera dei Comuni consensi
sufficienti ad assicurargli la maggioranza.

Tutti i governi erano in qualche misura coalizioni, e una maggioranza ai Comuni non rispecchiava una vittoria
globale dei Whigs o dei Tories nelle elezioni generali. I maggiorenti del Parlamento avevano i loro gruppi di
sostenitori: c’erano i pittiani, i foxiani, i Whigs di Rockingham e quelli di Grenville, che votavano come votava
il loro patrono. Si metteva insieme un ministero e si formava una maggioranza grazie all’alleanza di vari gruppi, e
ciò che manteneva in vita questa alleanza era il flusso ininterrotto di favori politici, la rete di uffici e di
cariche di cui disponeva chi stava al governo.»

Anche nell’Italia prefascista, dal 1848 al 1922, la Camera dei Deputati era articolata in gruppi e sottogruppi che
nascevano e si scioglievano con estrema facilità. Trascorsa l’epoca della “destra storica” e della “sinistra”,le
aggregazioni seguivano logiche simili a quelle descritte da Bennett.

I parlamentari che ritenevano d’aver qualcosa da guadagnare nello stare col governo venivano definiti ministeriali
perché comunque appoggiavano il Ministero quale che ne fosse l’orientamento.

Frequenti erano i passaggi da un gruppo ad un altro: nell’epoca del «trasformismo» i Presidenti del Consiglio più
abili a muoversi nell’arena parlamentare attraevano nell’area governativa sostenitori offrendo cariche, benefici,
prebende in cambio di voti.

Nei loro collegi elettorali, i deputati si comportavano come dei feudatari che si guadagnavano il voto praticando
il clientelismo. Non erano rari i brogli elettorali e le intimidazioni degli avversari durante la campagna di
propaganda.

Nel Novecento comparvero però i partiti di massa, organizzati sul territorio, disciplinati al loro interno.
L’irruzione di queste nuove forze politiche segnò una profonda trasformazione nei sistemi politici perché da quel
momento la formazione e la permanenza in carica dei governi dipendeva dal sostegno o meno di questi schieramenti di
nuovo conio.

Addirittura, in diversi Paesi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, si presentò sulla scena un partito, il
Comunista, che imponeva ai propri militanti il centralismo democratico: gli organi dirigenti davano la linea che
doveva esser messa in pratica disciplinatamente da ogni singolo iscritto.

Nei parlamenti eletti dopo il 1946, quindi a suffragio universale sia maschile che femminile, i partiti di massa
disciplinati al loro interno, assunsero la guida dei regimi democratici: il singolo deputato era tenuto a sostenere
con la parola e col voto la linea del partito e non poteva passare disinvoltamente da uno schieramento all’altro, a
seconda della propria convenienza individuale.

Non son mancate, naturalmente, né le defezioni personali né le scissioni, ma nella sostanza i veri attori della
politica sono stati i partiti con la loro organizzazione ramificata sul territorio e legata ad un caleidoscopio di
associazioni, cooperative, movimenti sindacali…

Tuttavia, verso la fine del Novecento il partito di massa è entrato in crisi: prima di tutto perché coloro che si
sono iscritti ai partiti sono progressivamente diminuiti, poi perché sono nate qua e là nuove forme di aggregazione
politica postideologica.

Questo fenomeno è molto accentuato in Italia, ma si sta diffondendo anche altrove e risulta elettoralmente sempre
più attrattivo.

In questo modo sono nati i partiti personali [2] fondati sulla leadership d’un capo pressoché insostituibile o
forze politiche con una disciplina interna labile.

Nei partiti personali il leader ha il potere quasi assoluto d’ammettere o d’escludere chi non gli sta a genio o chi
non s’adegua alla disciplina interna; nei partiti dalla disciplina debole i distinguo, le prese di distanze, la
formazione di correnti più o meno organizzate sono eventi quasi quotidiani.

Sembra allora di rivivere, a distanza di quasi trecento anni, lo scenario politico dell’Inghilterra settecentesca
descritto da Bennett, con tutte le sue conseguenze.

Torniamo, allora, a domandarci: a cosa servono i partiti che sono o delle aggregazioni a porte girevoli o delle
bande al servizio d’un capo che fa dei propri supporter ciò che vuole?

PIER LUIGI GIACOMONI
***
NOTE:
[1] Cfr. A. Bennett, la pazzia di Re Giorgio, trad. it. di F. Salvatorelli, ed. Adelphi, Milano, 1996. Brani tratti
dall’introduzione scritta dallo stesso autore.
[2] Sull’argomento dei partiti personali si veda il saggio di M. Calise “Il partito personale” ed. Laterza, Roma-
Bari, 2010.