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RIFLESSIONI SUL DOPO ELEZIONI

aprile 4, 2018 • Pierluigi Giacomoni

RIFLESSIONI SUL DOPO ELEZIONI
(4 Aprile 2018)

BOLOGNA. Pubblico qui lo schema d’intervento che ho utilizzato il 22 marzo scorso, svolgendo la relazione

introduttiva ad un’assemblea pubblica del Partito Democratico indetta per commentare il risultato delle elezioni

politiche del 4 Marzo 2018.
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cari amici,
credo che sia giusto fare riflessioni approfondite sul risultato delle elezioni politiche del 4 marzo scorso perché

esse hanno segnato dei punti di svolta che potrebbero determinare nel bene o nel male il percorso storico del

nostro Paese nei prossimi anni.

Da quel voto scaturiscono dei messaggi che devono esser colti non per piangerci addosso, ma per rilanciarci e farci

presto tornare in campo.

Vorrei attirare la vostra attenzione su alcuni concetti di base che mi paiono importanti.
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Rancore. Serpeggia nella nostra società un rancore che probabilmente costituisce il vero movente che ha suggerito

il voto di molti Italiani. Lo scriveva alcuni mesi fa il CENSIS nel suo rapporto annuale sullo stato del Paese.

La stragrande maggioranza degli Italiani che appartengono ai ceti popolari pensa che sia difficile salire nella

scala sociale. La stessa cosa credono coloro che fanno parte del ceto medio ed i millennials, ossia i ragazzi che

hanno più o meno vent’anni.

La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale ed allora si rimarcano le distanze dagli altri, soprattutto

se segnati da un’origine etnica ritenuta la vera colpevole del capitombolo sociale che si teme di subire.

Forse questi elementi ci aiutano a capire perché abbiamo perso voti: molti pensano che i nostri governi li abbiano

impoveriti, che li abbiano esclusi dall’ascensore sociale, che siano stati sottomessi alle esigenze dell’economia

globale.

ecco allora la reazione: rinchiudiamoci in noi stessi, espelliamo tutti coloro che non vogliamo e che ci danno dei

problemi, alziamo dei muri.

Questo voto ci deve preoccupare perché indica un rimpicciolimento dell’Italia, un suo rintanarsi in se stessa,

convinta che in questo modo sarà possibile recuperare un benessere mitico ormai perduto.

Probabilmente, qualcuno pensa che da qualche parte ci sia una cassaforte  piena di soldi che basta aprirla e tutti

torniamo felici come prima.
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Scelta antieuropea. Probabilmente in questo quadro di rintanamento della società italiana in se stessa s’inserisce

la pericolosa scelta antieuropea fatta dall’elettorato italiano: se si sommano i voti ottenuti dal Movimento 5

stelle, dalla Lega e da Fratelli d’Italia, per non parlar di certe microliste d’estrema sinistra, ben il 55% dei

votanti si è espresso contro l’Europa.

Nemmeno gl’inglesi nel famoso referendum del 2016 avevano toccato una percentuale così alta.

Eppure l’Italia ha avuto tanto dall’Europa: i fondi strutturali, i miliardi spesi dalla BCE per salvare dal default

il nostro debito pubblico, i tassi bassi sugli interessi, l’herasmus che permette a tanti nostri giovani d’aver

esperienze  di studio all’estero.

In questi anni, grazie all’euro debole, la nostra industria manifatturiera, dopo la Germania, è quella che esporta

di più e crea reddito.

chi sta promettendo un futuro più felice se abbandoniamo l’Europa sta vendendo fumo perché nella nostra epoca gli

Stati nazionali, semplicemente, non riescono a far fronte ai fenomeni globali che c’investono quotidianamente:

l’emigrazione, la globalizzazione dell’economia, solo per fare due esempi, sono eventi strutturali che interessano

il mondo intero e stanno trasformandolo profondamente: rinchiudersi nel proprio orticello non ci salverà dal

declino, anzi lo approfondirà sempre più.

I Paesi che crescono sono quelli che includono, che aprono le porte all’imprenditoria anche d’origine straniera,

che non emarginano le persone, che non costruiscono muri.

In più, solo l’Europa è in grado di far massa critica di fronte ai grandi potentati economici e politici di oggi.
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Senso della comunità. Eventi della cronaca di tutti i giorni ci devono altresì far riflettere: è sempre più

evidente un forte decadimento morale non solo del ceto politico, ma anche delle singole persone che non senton di

far parte d’una comunità, ma ritengon d’esser individui slegati da qualunque contesto.

Uno dei nostri compiti, come forza di sinistra progressista e riformatrice, è quello di ricostruire un senso di

comunità, di ritrovare una capacità di costruire quella coesione sociale che pare essersi persa in questi anni. Il

rancore che evidenziavo all’inizio del mio intervento si supera solo se si riesce a riconnetter le persone, a

metterle in relazione l’una con l’altra, a creare ponti di solidarietà.

In questo modo chi si sente solo, chi non ce la fa, chi è disperato può ritrovare quel calore, quella fraternità,

quel senso di far parte d’una realtà sociale che può anche aiutarlo ad uscire dai suoi problemi materiali ed

esistenziali. come diceva il poeta John Donne nel XVII secolo “Nessun uomo è un’isola”.
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Il PD può implodere? C’è un grave rischio che il PD sta correndo: quello dell’implosione che si unisce a quello

dell’irrilevanza. Il PD, che anch’io ho contribuito a fondare dieci anni fa, si è trasformato in un luogo di eterna

contesa tra decine di capicorrente e capibastone in perenne lotta tra loro, mentre  il partito perde il contatto

con gli strati popolari ed i giovani. Queste elezioni politiche certificano la perdita di più di metà

dell’elettorato di cui il partito disponeva solo tre anni fa: complessivamente si è passati da 11 a 6 milioni di

voti e nemmeno nelle “regioni rosse” si può più esser sicuri di vincere.

Oggi, dopo aver approfondito le ragioni della più grande sconfitta delle forze di progresso dal dopoguerra e della

nascita di un nuovo bipolarismo populista — il PD deve smetterla di continuare ad essere impermeabile ai risultati

elettorali e deve uscire dalla autoreferenzialità dei suoi gruppi dirigenti.

Penso – come ha scritto Walter Veltroni – che il Pd sia un punto di approdo decisivo per la lunga storia del

centrosinistra italiano e che vada rafforzato, ritrovando la sua ispirazione iniziale che era quella d’unire

persone provenienti da storie politiche e culturali diverse, spesso tra loro contrapposte, per creare un polo

progressista e riformista che avesse a cuore i bisogni dei più deboli e fosse in grado d’offrire a loro ed al Paese

un programma di riforme adeguato ai tempi.

Credo che la gente che vota e che milita nonostante tutto in questo partito meriti molto di più dell’infelice

spettacolo che tutti i giorni sta dinanzi ai nostri occhi.

PIER LUIGI GIACOMONI

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