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BURUNDI. NKURUNZIZA “ETERNO LEADER”

marzo 17, 2018 • Pierluigi Giacomoni

BURUNDI. NKURUNZIZA “ETERNO LEADER”
(17 Marzo 2018)

BUJUMBURA. Pierre Nkurunziza, Presidente del Burundi è stato nominato “eterna guida suprema” dal partito al potere, il CNDD-FDD. Allo stesso tempo, il segretario del partito, Evariste Ndayishimiye, ha riaffermato pubblicamente la lealtà dell’intero schieramento politico, definendo il presidente un «visionario, per le sue idee e insegnamenti.»

A maggio, nel Paese si dovrebbe tenere un referendum per l’approvazione d’un pacchetto di modifiche alla Costituzione, che prevede un allungamento del mandato presidenziale da cinque a sette anni: in pratica, se le modifiche saranno accolte dal popolo, Nkurunziza potrà rimanere al potere fino al 2034.
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Pierre Nkurunziza. Il Presidente, 55 anni, si fece un nome nella dura guerra civile che oppose la sua etnìa gli Hutu a quella dei Tutsi, che fin dall’Indipendenza del Burundi esercitavano il potere: questo conflitto lacerò il Paese negli anni Novanta, nel quadro della più complessa lotta per il riassetto politico dell’Africa dei Grandi Laghi, dopo che fu assassinato il primo Presidente Hutu  Melchior Ndadaye (21 Ottobre 1993).

Dopo gli studi, Divenuto Docente universitario, sfuggì ad un tentativo d’assassinio:

«Nel 1995 – racconta – l’esercito Tutsi attaccò il campus ed uccise 200 studenti. Essi tentarono di uccidere anche me. Gli attaccanti spararono alla mia automobile ma riuscii a fuggire.»

Di conseguenza, si arruolò nelle milizie del partito CNDD-FDD e partecipò ai combattimenti.

Avanzato di grado, fu nominato vicesegretario generale del partito nel 1998 e nel 2001 ne divenne il numero uno.

L’Assemblea Nazionale lo designò alla Presidenza della Repubblica all’unanimità il 19 Agosto 2005 e giurò fedeltà alla Costituzione il successivo 26 Agosto.

Il 21 luglio 2015, si fece rieleggere alla guida dello Stato, malgrado la Costituzione disponga che il Capo dello Stato può esser eletto solo per due quinquenni consecutivi.

La comunità internazionale giudicò poco credibili le votazioni perché svoltesi in assenza di osservatori che ne certificassero la correttezza: Nkurunziza andò avanti per la sua strada, forte dell’appoggio del partito che controlla il  consenso di gran parte delle province.

Nel 2016, il Burundi  uscì dalla giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che in aprile era stata aperta un’inchiesta preliminare sulle violenze avvenute l’anno precedente.

Secondo alcune stime indipendenti, in quell’anno, furono eliminate, in un conflitto a bassa intensità, tra 500 e 2.000 persone, più di 400.000 fuggirono e diversi attivisti critici col regime ripararono all’estero.
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Nkurunziza per sempre. Ora, il partito dominante vuole imporre l’eternizzazione del regime: in vista del voto popolare, i gruppi per i diritti umani e le opposizioni denunciano una massiccia operazione di registrazione forzata di elettori, compresi minori, ed una campagna di incitamento alla violenza contro chiunque contesti il referendum.

E’ quasi certo, quindi, che nelle prossime settimane aumenterà la tensione e avverranno nuove violenze, proponendo uno scenario simile a quello di due anni fa: repressione del dissenso, distruzione di sedi di giornali e radio ritenute nemiche del governo, eliminazione fisica di persone considerate scomode.

Insomma, il consueto scenario di terrore che da troppi anni caratterizza la vita politica del Burundi, dove la lotta per il potere avviene senza esclusione di colpi.

PIER LUIGI GIACOMONI

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